Coltivare il movimento: il valore di essere attivi

Il movimento è vita, coltivarlo non è qualcosa di fine a sé stesso, ma il desiderio di essere soggetti attivi nel corso della nostra vita.

Qualche tempo fa subii un lutto familiare. Nulla di troppo traumatico, uno zio ultraottantenne, da tempo malato e non più autosufficiente, semplicemente si spense. Una tragedia annunciata e una storia che, immagino, sarà comune a molti. 

Fu da quel suo stato di crescente incapacità e dai comportamenti delle persone a lui vicine che, tuttavia, cominciai a ragionare su alcuni concetti a cui forse avevo già pensato ma che non avevo davvero mai visti così calati nel reale. 

Il primo fu la constatazione di quanto qualunque relazione, anche la più profonda, abbia bisogno di un impegno di tutte e due le parti. Non è così assurda infatti, la possibilità in cui la persona a cui teniamo di più diventi un peso insopportabile, se privata di quello che la rende capace di stare al nostro fianco nella vita.

Accudire i propri cari è sacrosanto, poiché tutti abbiamo vissuto, viviamo o vivremo, momenti di debolezza. Ma quando questa condizione diventa grave e terminale, la malattia di uno può determinare la malattia del prossimo, e la condizione diventa semplicemente insostenibile.

La seconda riflessione è sul cosa sia questa mancanza. Cos’è venuto a mancare che rende così difficile la relazione e mina la stessa volontà di vivere di chi vive quella condizione?

Spesso è il movimento.

movimento forza muscolare
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Il movimento fuori dallo sport

Se ci ragioniamo un attimo, fuori dal nostro mondo dove muoversi significa fare sport, ci rendiamo conto che ogni attività che ci porta un qualche tipo di soddisfazione è legata al movimento. Ora mi spiego meglio. (Per chi vuole approfondire lascio qui un articolo in merito)

I muscoli sono tessuti incredibili, ciò che fanno è trasformare energia chimica in tensione meccanica, attraverso processi fisiologici tanto complessi se analizzati passo passo quanto semplici se guardati direttamente in azione. I muscoli si contraggono e tramite questa generano movimento.

Badate bene, non si tratta di fare trazioni alla sbarra quanto di esprimere parole, modificare l’espressione del viso per comunicare, lavarsi in autonomia. Questo fanno i muscoli, molto prima di renderci in grado di saltare tra i muretti o ballare.

In questo enorme insieme di possibilità, dal mantenimento delle funzioni vitali alla performance più estrema, esistiamo noi. E questa è la considerazione: non siamo poi molto altro.

Senza questa funzione non solo non potremo più avere una carriera sportiva, si interromperebbe la nostra capacità di suonare, di tenere una conversazione, di essere indipendenti nelle funzioni più semplici.

Quanto serve per arrivare a far traballare il nostro stesso senso di dignità?

Immagino che ognuno traccerà la propria linea in un punto diverso, ma essere partiti da un esempio estremo, di totale paralisi e inabilità alla comunicazione col prossimo, può sicuramente essere un buon punto di partenza. 

Nessuno sano di mente può volersi trovare in quella situazione, sfido a sostenere il contrario. E c’è ora da proseguire nel ragionamento: cosa c’è dall’altra parte dello spettro?

Capacità motoria: siamo il corpo che comandiamo

Eccoci, quindi al punto della questione. Se da un lato c’è l’inabilità, dall’altra parte non potrà che esserci la capacità motoria e la performance di alto livello.

Aver messo sullo stesso piano questi due estremi spero aiuti a chiarificare quello che ho detto in queste righe. Il movimento è qualcosa che deve far parte di noi se vogliamo una vita degna di essere vissuta e condivisa, e se vogliamo allontanarci dall’estremo al’altro lato c’è solo una strada: coltivare il movimento.

Non fraintendetemi, non voglio dire che correre i 100 metri sotto i 12 secondi sia essenziale per condurre una vita significativa, però potrebbe aiutare. E potrebbe aiutare forse più di tante altre cose che facciamo per “stare bene”.  

L’idea malata che ci trasciniamo dietro e che ci appesantisce, impedendoci di vivere più serenamente il nostro corpo e giudicando chi lo fa tranquillamente come un superficialotto, è che noi siamo altro.

Come un’entità che vive forse nel cervello, forse nel cuore, e comanda i nostri tendini e le nostre ossa come il pilota di un robottone di un anime. 

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Noi siamo esattamente il veicolo che crediamo di comandare. Non abbiamo un corpo, siamo un corpo.

La cura di sé attraverso l’allenamento 

Quando ci alleniamo non stiamo solo potenziando alcune delle funzioni di cui siamo capaci, stiamo compiendo il più profondo atto di cura personale che potremo mai realizzare. (per approfondire qui ne parlano meglio)

Ora, ci sarebbe molto da dire sul come farlo. Le obiezioni che salteranno alla mente a queste mie affermazioni sono tanto semplici da ipotizzare quanto legittime. Tralasciando quelle di natura teologica, potremmo chiederci se gli sportivi siano veramente la fascia di popolazione col più alto tasso di soddisfazione personale, se siano davvero i soggetti più “sani”. Non lo so. Forse no.

Forse non saranno distinguibili per questi parametri da altre popolazioni prese in esame. Ma qui c’è da ridefinire il concetto stesso di allenamento. Se movimento è tutto, dal saltare al parlare, allenarsi non potrà che essere coltivare queste funzioni, che sia attraverso lo studio di uno strumento musicale, di una nuova lingua o attraverso la pesistica.

Il grado con cui queste abilità saranno portate avanti dipenderà, ovviamente, dagli interessi personali di ciascuno, ma anche qui farei una distinzione.

Se è perfettamente comprensibile che si possa non nutrire alcun interesse nell’apprendimento del flauto traverso, mi sembra molto meno ovvio che ci si possa disinteressare della propria condizione fisica.

Questo perché, in primo luogo, non credo che qualcuno lo faccia mai veramente. Anche chi non pratica alcuna disciplina sportiva, se interrogato sulla questione risponderà probabilmente con un “Mi piacerebbe provare sport x”, “Dovrei mettermi a dieta”, “Vorrei iscrivermi in palestra” ecc ecc…

Mentre chi si dice soddisfatto della propria condizione fuori forma, difficilmente non terrà in alta considerazione l’atleta tal dei tali che ha fatto quella cosa incredibile o non guarderà con un po’ di invidia chi, intorno a lui/lei, è in grado di fare qualcosa di molto difficile o semplicemente può sfoggiare un fisico più in forma.

E non mi sembra difficile capire il perché. È qualcosa di così profondo da non essere scindibile con il chi siamo, non può non interessare.

Se smettessimo di attribuire alla cura del corpo (nelle sue funzioni) quest’aura di velleità e cominciassimo a concepirla come un qualcosa di inscindibile dal voler bene a sé e a chi ci circonda, faremmo un passo verso una riappacificazione coi nostri desideri e uno stato di benessere maggiore.

In questo senso l’allenamento e la tensione ad un più pieno controllo del proprio movimento non sono soltanto interessi da coltivare, quanto strumenti efficacissimi per il miglioramento di sé e delle nostre relazioni con gli altri.

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Scritto da:

Sebastiano Pepe

SEBASTIANO PEPE

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